“Gomorra” di M.Garrone e “Il Divo” di P.Sorrentino

“Gomorra” di Matteo Garrone e “Il Divo” di Paolo Sorrentino presentano numerose peculiarità riguardanti le scelte registiche e la composizione del quadro. Entrambe le pellicole sono contraddistinte da un notevole movimento della macchina da presa. Questi movimenti però, producono nello spettatore sensazioni assai differenti. Garrone predilige movimenti di macchina a mano che danno una sorta di realismo all’azione con uno sguardo quasi documentaristico. La camera a mano riprende quasi sempre le azioni dei personaggi da dietro le spalle come se fossero seguiti costantemente da un occhio esterno. Inoltre la macchina da presa pare dotata di una psicologia propria per il modo in cui riprende, ciò che fanno o ciò che dicono, i vari personaggi. Un esempio evidente è il pianosequenza all’interno dell’auto, dove la camera è come se pedinasse i personaggi e riprendesse il mondo circostante con punti di vista inediti. Sorrentino, invece, privilegia movimenti di macchina complessi ma al tempo stesso fluidi e precisi che ci portano verso la finzione. Solo nella sequenza iniziale degli omicidi, sono state adoperate un numero notevole di panoramiche, carrellate, riprese con steadycam, riprese con dolly e camera car. Durante tutto il film la camera compie movimenti che si possono definire non naturali, i quali conferiscono poco realismo all’azione. Un chiaro esempio è quando la macchina da presa va a riprendere giù dal ponte l’uomo impiccato e, capovolgendosi anch’essa, compie un inquadratura ribaltata. Inoltre per accentuare sempre di più queste sensazioni, durante la scena dell’interrogatorio con la magistratura, vengono effettuati zoom rapidi e violenti sul primo piano di Andreotti. Entrambe le pellicole presentano diverse soggettive dei personaggi ma sono adoperate con funzionalità totalmente differenti. In “Gomorra” è specialmente lo sguardo di Totò che funge da soggettiva. La sua particolarità è che si tratta sempre di inquadrature dall’alto verso il basso, come uno sguardo spettatoriale che registra ed è incapace di agire. In “Il Divo” le soggettive, invece, fungono sopratutto da contro-campo visivo dei personaggi. Il regista fa anche uso di false soggettive come ad esempio quando si pensa di assistere all’entrata nel tribunale con lo sguardo di Andreotti. Tutto fa pensare che si tratti di una soggettiva fino a che la sua figura non entra nell’inquadratura stessa e si posiziona davanti ad essa. In questo caso la cinepresa è solo se stessa, non conta l’ingresso dell’imputato ma quello dei media1. Altro aspetto peculiare è l’altezza in cui è posta la cinepresa rispetto ai diversi personaggi. In “Gomorra” la macchina da presa si mantiene sempre ad altezza occhio umano. Quando ci sono riprese dall’alto verso il basso lo fa sempre per offrirci un punto di vista diverso ma sempre di uno dei personaggi. Esempio limpido è quando dopo la morte di Maria e l’arrivo della polizia l’angolazione di ripresa è dall’alto verso il basso, come lo sguardo degli assassini che si sono posizionati a guardare da sopra le case. Solo in una sequenza ciò non accade. Quando don Rino, uscendo dall’appartamento nel quale è appena avvenuta una strage, viene ripreso da un’angolazione verticale mentre supera i vari cadaveri distesi a terra. In questo movimento di macchina c’è la chiara volontà del regista di allontanare lo spettatore per un attimo dalla terra bruciata e pregna di sangue. C’è la volontà di staccarsi da quella violenza, dal risultato di una guerra. Si muove verso l’alto, per dichiararsi al di fuori, anzi al di sopra, di quello che è successo2. In “Il Divo”, invece, la cinepresa si mantiene per la maggior parte del film ad altezza Andreotti, figura centrale e predominante rispetto a tutti i personaggi secondari. Garrone, inoltre, non usa quasi mai la tecnica del campo-controcampo, privilegiando il movimento di macchina che fa aumentare il grado di realismo sopratutto nelle scene di dialogo tra i vari personaggi. Anche lo studio delle singole inquadrature è molto diverso dall’uno all’altro film. La maggior parte delle inquadrature di “Gomorra” sono primi piani o piani medi per mantenere lo spettatore sempre a una distanza molto vicina all’azione. Il tipo di sguardo che usa Garrone si potrebbe definire aptico, cioè una visione molto ravvicinata che percepisce solo i dettagli(si muove come una mano che tocca). Non riusciamo a capire ciò che accade per colpa di un eccesso di vicinanza. L’occhio, che continua sbattere sulle cose, non riesce a percepirle. Tutta l’opera è stata fatta con ottiche cortissime che non ci permettono di osservare più in la del personaggio ripreso appunto l’ambiente restante rimane costantemente fuori fuoco. Tutto questo crea nello spettatore una sensazione di claustrofobia. Infatti la scena in cui Pasquale incontra il cinese è molto esplicativa . L’inquadratura è costruita sulla diagonale e guida lo sguardo dello spettatore, il fuoco però è cortissimo e lo costringe alla miopia non permettendogli una visione chiara della situazione. Altra scena chiave, è il piano sequenza in cui Maria viene assassinata. In questo caso tutto il fulcro dell’azione è fuori fuoco. Durante tutto il film sono presenti inquadrature che ci danno una visione parziale della realtà e non ci danno mai la percezione degli eventi nella loro interezza. Ci sono anche delle eccezioni in cui l’inquadratura è un campo totale, per esempio quella delle vele di Scampia oppure quella degli scavi dei rifiuti tossici che ci servono per contestualizzare le azioni in un ambiente preciso. Sorrentino, invece, usa spesso l’alternanza di primi piani a campi lunghi. Esempio evidente, è la scena dell’incontro di Andreotti con il gatto bianco, nel quale vengono alternati i primi piani dei due a campi lunghi della sala del palazzo. Nel film “Il Divo” appunto c’è un continuo alternarsi tra primi piani con pochissima profondità di campo a campi lunghi con grande ampiezza angolare e molta profondità di campo.L’introduzione dei personaggi, come nella scena in cui arriva la corrente andreottiana a palazzo, parte da un dettaglio, per poi passare a un primo piano e infine arrivare a un campo medio con il personaggio ben definito. Con il campo lungo finale della scena, in cui sono presenti tutti i personaggi, sembra di rivivere un gangster movie quando gli scagnozzi si presentano alla casa del boss. Infine per quanto riguarda la composizione del quadro i due film presentano notevoli differenze. In “Gomorra” il quadro non è organizzato, quasi mai simmetrico, infatti il soggetto e l’ambiente si relazionano in modo naturale dando un effetto di realismo e oggettività alle inquadrature. In “Il Divo”, invece, c’è una costruzione maniacale su ogni inquadratura. Andreotti è sempre perfettamente al centro del quadro così da essere il fulcro dell’attenzione spettatoriale dalla prima all’ultima inquadratura. Inoltre l’ambiente, esterno o interno che sia, è anch’esso simmetrico. Infatti ogni inquadratura sembra studiata in modo tale che tutto risulti fastidiosamente perfetto, completamente distante dal realismo e sempre più vicino alla finzione.

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La Città incantata

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Vincitore del premio Oscar come miglior film di animazione, il capolavoro di Miyazaki “La Città incantata” torna al cinema per tre giorni. Infatti dal 25 al 27 giugno verrà distribuito in tutta Italia la nuova versione del film giapponese.

Chihiro, una bambina di 10 anni, e i suoi genitori stanno traslocando, quando il padre della bambina prende la strada sbagliata. Pensando di aver trovato un parco divertimenti abbandonato il padre si addentra nel complesso per visitarlo, seguito dalla moglie e, a malincuore, da Chihiro. I tre superano il letto di un fiume in secca e si trovano in una città composta interamente da ristoranti e locali, e su un bancone trovano un ricco buffet. I genitori si siedono e cominciano a mangiare, pensando di pagare quando si mostrerà qualcuno. Chihiro intanto esplora la zona e trova un grande complesso termale. Un giovane ragazzo, Haku, le ordina di andarsene, ma tornando indietro la bambina scopre che i genitori sono diventati maiali e che non riesce ad attraversare il fiume ormai in piena.

Assolutamente da non perdere.

Sorrentino – Ogni silenzio è un gol

Più noiosi di quelli che parlano de La grande bellezza come della nazionale di calcio, solo quelli che criticano chi parla de La grande bellezza come della nazionale di calcio.

Più noiosi di quelli che esaltano sui social La grande bellezza che passa in tv, solo quelli che demoliscono La grande bellezza che passa in tv.

Più noiosi di quelli che danno contro ai fenicotteri, solo quelli che impazziscono per i fenicotteri e anzi quasi quasi apro un bell’allevamento in Maremma.

Più noiosi di quelli che vi spiego io adesso perché La grande bellezza sì, solo quelli che oddio La grande bellezza no, non può essere.

Più noioso di tutti, poi, io, certo: perché – esattamente come Jep – non ho l’ambizione di essere migliore, so benissimo di essere parte di quella cosa lì. Siamo tutti Jep, siamo tutti Romano, siamo tutti nani e ballerine e Sante e fenicotteri e scrittorucoli e giornalisti e socialite e spogliarelliste.

Però ecco, come Jep ogni tanto uno sprazzo di consapevolezza ce l’ho anche io.

E allora mi fa davvero ridere che i Crociati contro il film di Paolo Sorrentino e contro il suo inglese non capiscano che a Paolo Sorrentino – abbia fatto un bel film o meno, abbia meritato l’Oscar o meno, in questa sede non me ne importa un fico secco – stanno dando irrimediabilmente ragione.

E gli danno ragione quelli che, Crociati pro-Sorrentino, si mettono in piedi sulla loro cassettina della frutta (online, televisiva o di carta) e ci spiegano che Paolo ha ragione, che il capolavoro qui e il capolavoro lì, che Maradona ah che tocco di genio e sregolatezza.

Il dibattito attorno a La grande bellezza è La grande bellezza: sono le feste vacue, le artistucole e le serate in terrazza, sono la superficialità e l’estetismo, sono il languore compiaciuto e il barocchismo sfacciato e vanesio del proprio ciarlare. Sono il chiacchiericcio e il rumore sotto i quali tutto è sedimentato: il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura.

E allora tanto quelli che blaterano sulla brutta immagine dell’Italia nel mondo quanto quelli che s’appuntano l’Oscar sul bavero della giacca, come quelli che non grattano nulla di quelle comode incrostazioni che si chiamano bello/brutto, non capiscono di diventare parte di quanto Sorrentino descrive attraverso lo sguardo stanco e partecipe di Jep.

Non capiscono che La grande bellezza è quello che è – bello o brutto, chissenefrega – perché noi siamo quelli che siamo, e lo stiamo confermando. Siamo quei cinici annoiati che parlano per formulette, che citano la “vocazione civile”, che hanno paura di capire che è tutto un trucco, d’iniziare finalmente quel nuovo romanzo dalle radici antiche.Incapaci di ritrovare, vedere, ascoltare la grande bellezza che è in noi e nel mondo, nascosta dietro i portoni chiusi del nostro disincanto, troppo occupati a sbandierare opinioni, ad erigere barricate, a fare il tifo pro o contro, ad annegare nel brodo insipido delle nostre parole per poterli aprire.

Allora, quasi quasi non c’è da biasimare il vero Jep se sbuffa e sbotta a mezza bocca dicendo: “mavafanculo’ ‘sti cretini”.

E come sempre, aveva ragione quell’altro lì, che qualche anno fa scriveva e faceva dire “Ogni silenzio è un gol.”

-Articolo tratto da cineforum-

Male anzi malissimo – The Consuelor

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Premetto che questo film non meriterebbe una stella, ma se consideriamo che in questa pellicola erano presenti : Cormac McCarthy (soggetto di “non è un paese per vecchi”) – Ridley Scott – e un cast che ogni regista sulla faccia della terra vorrebbe avere (Fassbender,Cruz,Diaz,Pitt,Bardem) mi sembra più che giusto dare il minimo a questo film. Non riesco a capire come si possa fare un prodotto di così tanta mediocrità. La storia è decisamente frammentaria, per non parlare di una regia che sembra fatta da un ragazzino alle prime armi (sei Ridely Scott hai fatto blade runner cos’è sto schifo?). Oltre a ciò sembra che attori come Fassbender (Hunger, Shame – interpretazioni al di la della perfezione) hanno disimparato a recitare. Credo che sia onestamente una delle più grandi delusioni che ho provato al cinema perché finché mi si mette davanti la commediola italiana penosa posso anche capire( non ci sono ne soldi, ne attori, ne registi all’altezza ) ma qua davvero penso che si sia rasentato davvero il ridicolo.

 

Pugno allo stomaco – 12 years a slave

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Forse chi dice che questo film non è da Oscar avrà anche ragione ma Steve McQueen si dimostra sempre e comunque uno dei migliori registi contemporanei. In tutto il film ci sono scelte registiche interessantissime, che se anche vanno a discapito dell’intattenimento del pubblico generalista e danno al film quel suo stile inconfondibile già visto sia in Hunger sia in Shame. Oggi però non voglio fare una recensione globale del film ma mi voglio solo soffermare sulla scena dell’impiccagione. Riassumendo si può dire che il protagonista rimane appeso con il cappio al collo e con il piedi che sfiorano terra in modo tale da non morire e consentirgli di sopravvivere. Il regista decide però in questo caso di rendere tale scena interminabile per lo spettatore che trovandosi in sala e non potendo intervenire si trova infastidito da tale situazione. Secondo me è una scelta voluta per mettere lo spettatore nei panni degli altri schiavi intorno a lui che potevano solo guardare il loro compagno soffrire per minuti e minuti senza poter far nulla. Trovo appunto geniale questa immedesimazione tanto che anche io in sala ho provato un senso di rassegnazione tale che al cinema poche volte ho provato. Un vero e proprio pugno allo stomaco.

David di Donatello 2014

La cerimonia di premiazione della 59° edizione dei David di Donatello avrà luogo il 10 giugno 2014

Le candidature sono state annunciate il 12 maggio 2014. I film con il maggior numero di candidature sono “Il capitale umano”(19) e “La Grande Bellezza”(18). Ecco tutte le varie candidature:

Miglior film

Il capitale umano di Paolo Virzì
La grande bellezza di Paolo Sorrentino
La mafia uccide solo d’estate di Pierfrancesco Diliberto
La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati
Smetto quando voglio di Sydney Sibilia

Migliore regista
Carlo Mazzacurati per La sedia della felicità
Ferzan Ozpetek per Allacciate le cinture
Ettore Scola per Che strano chiamarsi Federico. Scola racconta Fellini
Paolo Sorrentino per La grande bellezza
Paolo Virzì per Il capitale umano

Migliore regista esordiente
Pierfrancesco Diliberto per La mafia uccide solo d’estate
Valeria Golino per Miele
Fabio Grassadonia, Antonio Piazza per Salvo
Matteo Oleotto per Zoran il mio nipote scemo
Sydney Sibilia per Smetto quando voglio

Migliore sceneggiatura
Francesco Piccolo, Francesco Bruni, Paolo Virzì per Il capitale umano
Paolo Sorrentino, Umberto Contarello per La grande bellezza
Michele Astori, Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani per La mafia uccide solo d’estate
Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino per Miele
Valerio Attanasio, Andrea Garello, Sydney Sibilia per Smetto quando voglio

Migliore produttore (con ex aequo)
Per Indiana Production Fabrizio Donvito, Benedetto Habib, Marco Cohen, co-produttore per Manny Films Philippe Gompel e Birgit Kemner, con Rai Cinema e Motorino Amaranto – Il capitale umano
Nicola Guliano, Francesca Cima per Indigo Film – La grande bellezza
Mario Gianani e Lorenzo Mieli per Wildside con Rai Cinema – La mafia uccide solo d’estate
Riccardo Scamarcio, Viola Prestieri per Buena Onda Film e con Rai Cinema – Miele
Massimo Cristaldi, Fabrizio Mosca – Salvo
Domenico Procacci, Matteo Rovere con Rai Cinema – Smetto quando voglio

Migliore attrice protagonista
Valeria Bruni Tedeschi per Il capitale umano
Paola Cortellesi per Sotto una buona stella
Sabrina Ferilli per La grande bellezza
Kasia Smutniak per Allacciate le cinture
Jasmine Trinca per Miele

Migliore attore protagonista
Giuseppe Battiston per Zoran il mio nipote scemo
Fabrizio Bentivoglio per Il capitale umano
Carlo Cecchi per Miele
Edoardo Leo per Smetto quando voglio
Toni Servillo per La grande bellezza

Migliore attrice non protagonista
Claudia Gerini per Tutta colpa di Freud
Valeria Golino per Il capitale umano
Paola Minaccioni per Allacciate le cinture
Galatea Ranzi per La grande bellezza
Milena Vukotic per La sedia della felicità

Migliore attore non protagonista (con ex aequo)

Valerio Aprea in Smetto quando voglio
Giuseppe Battiston in La sedia della felicità
Libero De Rienzo in Smetto quando voglio
Stefano Fresi in Smetto quando voglio
Fabrizio Gifuni in Il capitale umano
Carlo Verdone in La grande bellezza

Migliore direttore della fotografia
Jérôme Almèras, Il capitale umano
Luca Bigazzi, La grande bellezza
Daniele Ccprì, Salvo
Gian Filippo Corticelli, Allacciate le cinture
Gergely Poharnok, Miele

Miglior Musicista
– Pasquale CATALANO per Allacciate le cinture
– Lele MARCHITELLI per La grande bellezza
– PIVIO e Aldo DE SCALZI per Song’e Napule
– Umberto SCIPIONE per Sotto una buona stella
– Carlo VIRZÌ per Il capitale umano

Miglior Canzone Originale
– “I’M SORRY”, musica e testi di Giacomo VACCAI, interpretata da JACKIE O’S FARM per Il capitale umano
– “’A MALÌA”, musica e testi di Dario SANSONE, interpretata da FOJA per L’arte della felicità
– “TOSAMI LADY”, musica e testi di Santi PULVIRENTI, interpretata da Domenico CENTAMORE per La mafia uccide solo d’estate
– “SMETTO QUANDO VOGLIO”, musica e testi di Domenico SCARDAMAGLIA, interpretata da SCARDA per Smetto quando voglio
– “A’ VERITÁ”, musica di Francesco LICCARDO, Rosario CASTAGNOLA, testi di Francesco LICCARDO, Sarah TARTUFFO, Alessandro GAROFALO, interpretata da Franco RICCIARDI per Song’e Napule
– “DOVE CADONO I FULMINI”, musica, testi e interpretazione di Erica MOU per Una piccola impresa meridionale

Miglior Scenografo
– Giancarlo BASILI per Anni felici
– Stefania CELLA per La grande bellezza
– Marco DENTICI per Salvo
– Marta MAFFUCCI per Allacciate le cinture
– Mauro RADAELLI per Il capitale umano

Migliore Costumista
– Maria Rita BARBERA per Anni felici
– Daniela CIANCIO per La grande bellezza
– Alessandro LA per Allacciate le cinture
– Bettina PONTIGGIA per Il capitale umano
– Cristiana RICCERI per La mafia uccide solo d’estate

Miglior Truccatore
– Dalia COLLI per La mafia uccide solo d’estate
– Paola GATTABRUSI per Anni felici
– Caroline PHILIPPONNAT per Il capitale umano
– Maurizio SILVI per La grande bellezza
– Ermanno SPERA per Allacciate le cinture

Migliore Acconciatore
– Francesca DE SIMONE per Allacciate le cinture
– Stéphane DESMAREZ per Il capitale umano
– Massimo GATTABRUSI per Anni felici
– Sharim SABATINI per La sedia della felicità
– Aldo SIGNORETTI per La grande bellezza

Miglior Montatore
– Giogiò FRANCHINI per Miele
– Patrizio MARONE per Allacciate le cinture
– Cristiano TRAVAGLIOLI per La grande bellezza
– Gianni VEZZOSI per Smetto quando voglio
– Cecilia ZANUSO per Il capitale umano

Migliori effetti digitali
– EDI Effetti Digitali Italiani per Il capitale umano
– Rodolfo MIGLIARI e Luca DELLA GROTTA per CHROMATICA per La grande bellezza
– Paola TRISOGLIO e Stefano MARINONI per VISUALOGIE per la mafia uccide solo d’estate
– Rodolfo MIGLIARI per CHROMATICA per Smetto quando voglio
– PALANTIR DIGITAL per Song’e Napule

Migliore film dell’Unione Europea
– IDA di Pawel PAWLIKOWSKI (Parthénos)
– LA VITA DI ADELE di Abdellatif KECHICHE (Lucky Red)
– PHILOMENA di Stephen FREARS (Lucky Red)
– STILL LIFE di Uberto PASOLINI (BIM)
– VENERE IN PELLICCIA di Roman POLANSKI (01 Distribution)


Miglior film Straniero

– 12 ANNI SCHIAVO di Steve McQUEEN (BIM)
– AMERICAN HUSTLE di David O. RUSSELL (Eagle Pictures)
– BLUE JASMINE di Woody ALLEN (Warner Bros Pictures)
– GRAND BUDAPEST HOTEL di Wes ANDERSON (20th Century Fox)
– THE WOLF OF WALL STREET di Martin SCORSESE (01 Distribution)

Miglior documentario di un lungometraggio ( con un ex aequo)
– DAL PROFONDO di Valentina Pedicini
– IL SEGRETO di Cyop&Kaf
– IN UTERO SREBRENICA di Giuseppe Carrieri
– L’AMMINISTRATORE di Vincenzo Marra
– SACRO GRA di Gianfranco Rosi
– STOP THE POUNDING HEART – TRILOGIA DEL TEXAS, atto III di Roberto Minervini

Il miglior documentario di lungometraggio Premio David di Donatello 2014 è: STOP THE POUNDING HEART – TRILOGIA DEL TEXAS, atto III di Roberto Minervini

Miglior Cortometraggio
– 37°4 S di Adriano Valerio
– A PASSO D’UOMO di Giovanni Aloi
– BELLA DI NOTTE di Paolo Zucca
– LAO di Gabriele Sabatino Nardis
– NON SONO NESSUNO di Francesco Segré

Il miglior cortometraggio Premio David di Donatello 2014 è: 37°4 S di Adriano Valerio

David Giovani
– IL CAPITALE UMANO di Paolo Virzì
– LA GRANDE BELLEZZA di Paolo Sorrentino
– LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE di Pierfrancesco Diliberto
– SOLE A CATINELLE di Gennaro Nunziante
– TUTTA COLPA DI FREUD di Paolo Genovese

Un miracolo, nel luogo in cui i miracoli non accadono più.

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Salvo è un film scritto e diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Il film è stato presentato al Festival di Cannes e si è aggiudicato il Gran Premio Settimana Internazionale della Critica.

Salvo è un killer della mafia siciliana, solitario, freddo, spietato. Entrato in una casa per eliminare un uomo, si trova davanti Rita . La ragazza è cieca e assiste impotente all’omicidio di suo fratello. Salvo prova a chiuderle quegli occhi inquietanti che lo fissano senza vederlo. Ma qualcosa di incredibile accade. Per la prima volta, Rita riesce a vedere. Salvo decide allora di lasciarla vivere, ma ormai le loro loro esistenze sono legate per sempre.

Il film unisce vari generi cinematografici come il western e il noir riuscendo a creare un sorta di magico realismo che ci porta a strettissimo contatto con i protagonisti della nostra storia. Inoltre, il clima soffocante e l’aria torrida di questa Sicilia, sono fotografati con una sensibilità ed una finezza che immergono lo spettatore ad un livello ancora maggiore.

Dove l’amore finisce per superare la crudeltà del mondo, la forza dei sentimenti riesce a superare i limiti del corpo”

 

Perché si può parlare di mafia anche con un sorriso.

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La mafia uccide solo d’estate è un film scritto, diretto e interpretato da Pif. Racconta le stragi mafiose che colpirono la Sicilia dagli anni 70′ fino agli anni 90′ attraverso gli occhi di un bambino, Arturo nato e cresciuto a Palermo. Pif unendo immagini di finzione con immagini di repertorio riesce a raccontare con una umorismo acuto e delicato la situazione mafiosa in Sicilia di quegli anni. La mafia uccide solo d’estate è un film che tocca l’animo umano ma sa anche divertire. Perché si può parlare di mafia anche con un sorriso.

La narrazione ruota tutto intorno alla storia d’amore tra Arturo e Flora in mezzo ai banchi di una scuola elementare di Palermo. In una città dove ogni omicidio veniva considerato “è solo una questione di femmine” sarà proprio quell’amore che lo spingerà a diventare giornalista e ad aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda. Aprire gli occhi anche sulla persona su cui si fidava ciecamente, Giulio Andreotti in quanto definito da tutti “amico degli amici”, tanto da arrivare a dire con una battuta a Dalla Chiesa “L’onorevole Andreotti dice che l’emergenza criminalità è in Calabria e in Campania, Generale, ha forse sbagliato regione?”.

Attraverso questo film, Pif mostra il rapporto di un qualsiasi bambino con la mafia e più in generale con la storia. Infatti, si pensa sempre che eventi come questi siano ad una tale distanza che noi non possiamo intervenire e ci sentiamo quasi estranei. In realtà la storia è molto più vicina di quanto noi immaginiamo, e solamente credendo che le nostre azioni abbiano un peso possiamo davvero cambiare il corso degli eventi.

Se oggi ci possiamo permettere di fare una commedia a Palermo sulla mafia senza rischiare la vita è perché ci sono state persone che l’hanno combattuta” – Pif.